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Juul Kraijer. Il tradimento del corpo

Giorgio Verzotti

Appartengo ad una famiglia di ipocondriaci essendolo io stesso, posso dire di condividere con la folta schiera degli ossessionati dalla malattia il senso del corpo umano come fonte di tradimenti.
Per quanto ti sforzi di conoscerlo e curarlo, il corpo ti tradisce e quando meno te lo aspetti ti mostra un suo prodigio malefico, una malattia, che si annuncia con un nuovo sintomo, sconosciuto. Il corpo di un ipocondriaco è un campo recintato ma pieno di falle, buchi che si aprono per ogni dove senza preavviso, e che introducono a tua insaputa l’alieno, il male. Gli stadi più gravi di questo squilibrio contemplano poi la possibilità di un male che viene da dentro, che allarma ancor più in quanto si scopre essere generato dall’interno, dalle proprie viscere.
Cado, cadrò di certo, la gambe non mi reggono; che succede al mio stomaco, perché questa continua nausea, e ricordo ancora l’orrida paura che ossessionava mio padre da vecchio, quella di orinare sangue.
Soprattutto un corpo siffatto è costellato di sintomi che si manifestano nelle forme più diverse, tutte angosciose, e che trasformano l’abito d’arlecchino intessuto di zone erogene in un campo minato, gli spostamenti progressivi del piacere in derive del dolore, insomma il corpo d’amore (ciò che tutti dovremmo essere) in un corpo dolente. Sto parlando di corpi ma dovrei dire fantasmi, dolore e piacere essendo gli estremi di uno stato d’animo grazie a cui la fisicità stessa si trasfigura e assume pregnanza nel campo simbolico. Che poi un ipocondriaco diventi un critico d’arte non stupisce più di tanto, l’opera dell’artista diventa una proiezione, una esteriorizzazione del fantasma corporeo che ci si porta dentro, e infatti le opere d’arte tradiscono, per definizione, ogni aspettativa.

Ora, la cosa interessante è che anche Juul Kraijer parla di tradimenti, in un suo testo estremamente chiaro e circostanziato nel quale descrive le sue figure. Dice che le sue sono immagini di contraddizione e che la calma delle loro posture non fa che tradire la vitalità orrorifica del loro mondo interiore. Una interiorità che si manifesta attraverso il tradimento, cioè il sintomo malvagio che interrompe la visione positiva e felicitante del corpo e lo rivela come fonte di insidie nascoste. Così, i ritratti femminili di Kraijer non hanno sopracciglia perché queste potrebbero tradire, cioè lasciar emergere, le presenza di quel mondo che deve stare nascosto, o manifestarsi improvvisamente, come un prodigio.
Le immagini, definite con sapienti tratti a carboncino o a pastello, sempre diafane, quasi incorporee, adagiate in uno spazio senza dimensioni, vuoto, sono attraversate da una tensione acutissima che le rende immobili perché bulicate fra forze opposte, centripeta e centrifuga, interiorità ed esteriorità, così che gli esseri raffigurati sono ad un tempo il “medesimo” e l’“altro”.
La sapienza di Kraijer grande disegnatrice le conchiude, le conclude e le chiude in forme perfette e chiaramente riconoscibili, dove precisamente questa riconoscibilità diventa un varco per l’ingresso dell’alterità, del suo volto affascinante ed pauroso. Come un sintomo nevrotico: Kraijer descrive le sue immagini proprio come potrebbe descrivere un sintomo, che in quanto tale sta per un’altra cosa e rivendica la necessità di essere interpretato. Ma noi che osserviamo siamo ad un tempo i portatori e i decifratori della nevrosi, come districarci?

Cosa vediamo, innanzitutto? Un bellissimo volto ci sembra coperto da una elegante veletta ma ad un secondo sguardo si rivela costellato di mosche; i serpenti di una testa di Medusa sembrano avventarsi contro la loro portatrice anziché pietrificare gli estranei, e alcune Dafne statiche, dal cui corpo nudo spuntano fitte le fronde di un albero, non vengono inseguite da nessun Apollo. Alcune teste ci si mostrano fra le radici di alberi che fanno loro da capigliatura, quando non ne imprigionano l’intero corpo nudo come succede ad una figura distesa. Una testa scolpita, bocca chiusa e sguardo assente, è invece costellata di piccole teste identiche, però a bocca spalancata. I personaggi di Kraijer vengono dunque ritratti in metamorfosi (e le allusioni a figure classiche, figure del mito, colgono un’origine aulica, letteraria, di ciò che è spurio), nel momento in cui subiscono una mutazione. Alcune volte, come nelle opere precedenti a queste in mostra, la metamorfosi sta avvenendo sotto i nostri occhi, come nel torso trasparente sovrapposto al corpo scuro di un serpente, o è già avvenuta, e ne vediamo il risultato nei volatili con testa di donna, o nei corpi femminili irti di aculei. In altri casi ciò che si mostra è piuttosto la prossimità fisica fra umano e animale: donne che recano sulla gola una corona di rane, o che sembrano espellere un ippocampo dalla bocca (e a proposito di sangue, che dire del profilo che sembra estroflettere col respiro un proprio sistema arterioso?)

Kraijer insomma delinea il superamento del limite fra i regni animale e vegetale, inscena soprattutto la fusione fra umano e animale, fra alto e basso, spingendo questo connubio fino al limite estremo oltre il quale interverrebbero i meccanismi di censura del Super-Io, posto che ciò che in un certo senso si inscena è il ritorno del rimosso, la ricomparsa flagrante della parte maledetta di solito taciuta. Bataille auspicava un Io inabissato dentro “l’assolutamente altro” di cui l’animale rappresenta una buona approssimazione e parlava di “basso materialismo”. Ne va naturalmente della forma.
Kraijer non è batailliana fino a questo punto e salva per prima cosa i valori formali, perché dell’altro (e dell’assoluto, la controparte dell’animale essendo il divino) coglie il lato conturbante. Le sue figure ci mostrano un corpo che tradisce e che per questo va tenuto a bada con immagini bilicate sulla contraddizione, doppie, ambigue; la loro eccellente elaborazione formale, diciamo pure la loro bellezza incontestabile, significa solo una cosa, che la parte maledetta, l’animale che sta dentro di noi “come una bestia in gabbia”, una volta liberati potrebbero anche piacerci. La malattia temuta si scopre segretamente desiderata, il dolore si trova a confinare con il piacere e il corpo si fa “spasmico”, pronto a ricevere l’”altro” in tutte le sue forme. Ed è questo il pericolo più grande, per le nostre coscienze di civilizzati.

 

Giorgio Verzotti

2007